Giornata Mondiale di Preghiera per la Santificazione del Clero
È una folla oceanica e tranquilla quella che accoglie Benedetto XVI al Parco nord di Bresso. Un milione secondo gli organizzatori. Numero difficilmente calcolabile ma che alla fine non sembra esagerato. Un mare di mani, bandiere, stendardi, cappellini che sventolano al passaggio della papamobile sulle note del Tu es Petrus e dell’inno ufficiale dell’incontro mondiale delle famiglie, eseguito da un coro e un’orchestra impeccabili. Mentre ad attenderlo in prima fila si vedono tra gli altri il premier Mario Monti, i ministri Ornaghi e Riccardi. Ci sono poi Maurizio Lupi, Rosi Bindi, Umberto Bossi, il presidente di Confindustria Squinzi, il segretario della Cisl Bonanni, il governatore della Lombardia Formigoni, il presidente della Provincia di Milano Podestà e il sindaco Giuliano Pisapia.
Se qualcuno temeva per il tempo incerto, la festività del 2 giugno e i problemi con i trasporti pubblici, è stato smentito: il colpo d’occhio, dal palco al fondo dell’immenso prato verde, è di quelli visti nelle Gmg e nei grandi viaggi di questo pontificato. “La presenza fisica della santità vostra fa brillare l’unità della Chiesa qui convocata da tutte le diocesi del mondo” ha esordito nel saluto l’arcivescovo di Milano, il cardinale Scola. E a questo popolo arrivato da ben oltre la Brianza e la Lombardia, fatto di suore che hanno dormito all’addiaccio, di famiglie tedesche organizzatissime con carovane di passeggini, di neocatecumenali da tutta Europa, madri padri e figli dall’Africa, delegazioni fin dall’Oceania, famiglie con 5 o 6 figli al seguito dagli Stati Uniti, sacerdoti dai tratti asiatici… il Papa ha regalato la bellezza e l’intensità della liturgia – le centinaia di migliaia di persone presenti sono state invitate a parteciparvi senza applaudire o alzare striscioni – e le sue parole di una chiarezza agostiniana. O in questo caso sarebbe meglio dire ambrosiana.
L’omelia di Benedetto XVI ha preso spunto dalle letture della festa della Trinità. “Siamo chiamati ad accogliere e trasmettere concordi le verità della fede; a vivere l’amore reciproco e verso tutti, condividendo gioie e sofferenze, imparando a chiedere e concedere il perdono, valorizzando i diversi carismi sotto la guida dei Pastori” ha detto il Papa, “in una parola, ci è affidato il compito di edificare comunità ecclesiali che siano sempre più famiglia, capaci di riflettere la bellezza della Trinità e di evangelizzare non solo con la parola, ma direi per irradiazione, con la forza dell’amore vissuto”. Chiamata a essere immagine della Trinità è anche e soprattutto la famiglia, fondata sul matrimonio di un uomo e una donna. E trinitaria è la fecondità che nasce da questa unione: “Il vostro amore – ha detto Benedetto XVI rivolgendosi agli sposi – è fecondo innanzitutto per voi stessi, perché desiderate e realizzate il bene l’uno dell’altro, sperimentando la gioia del ricevere e del dare. E’ fecondo poi nella procreazione, generosa e responsabile, dei figli, nella cura premurosa per essi e nell’educazione attenta e sapiente. E’ fecondo infine per la società, perché il vissuto familiare è la prima e insostituibile scuola delle virtù sociali, come il rispetto delle persone, la gratuità, la fiducia, la responsabilità, la solidarietà, la cooperazione”. E la circolarità dell’amore familiare deve coinvolgere tutti: “Cari sposi, abbiate cura dei vostri figli e, in un mondo dominato dalla tecnica, trasmettete loro, con serenità e fiducia, le ragioni del vivere, la forza della fede, prospettando loro mete alte e sostenendoli nelle fragilità. Ma anche voi figli, sappiate mantenere sempre un rapporto di profondo affetto e di premurosa cura verso i vostri genitori, e anche le relazioni tra fratelli e sorelle siano opportunità per crescere nell’amore”.
La vocazione sponsale e familiare oggi non è facile, ma c’è una verità che può vincere ogni difficoltà: “Quella dell’amore è una realtà meravigliosa” e, ha rimarcato il Papa, “è l’unica forza che può veramente trasformare il mondo”. Di fronte a questa “meraviglia” Benedetto XVI ha ricordato il problema delle separazioni, tra coppie che pur condividono gli insegnamenti della Chiesa: “Sappiate che il Papa e la Chiesa vi sostengono nella vostra fatica. Vi incoraggio a rimanere uniti alle vostre comunità, mentre auspico che le diocesi realizzino adeguate iniziative di accoglienza e vicinanza”.
Per quanto riguarda la dimensione del lavoro, Benedetto XVI ha messo in guardia dalla pura logica del profitto, perché “la mentalità utilitaristica tende ad estendersi anche alle relazioni interpersonali e familiari, riducendole a convergenze precarie di interessi individuali e minando la solidità del tessuto sociale”.
Infine la festa, il valore della domenica, “giorno della Chiesa, assemblea convocata dal Signore attorno alla mensa della Parola e del Sacrificio Eucaristico”, ma anche “giorno dell’uomo e dei suoi valori: convivialità, amicizia, solidarietà, cultura, contatto con la natura, gioco, sport” e “giorno della famiglia”. “Care famiglie – questo l’invito del Papa – pur nei ritmi serrati della nostra epoca, non perdete il senso del giorno del Signore! E’ come l’oasi in cui fermarsi per assaporare la gioia dell’incontro e dissetare la nostra sete di Dio”.
Famiglia, lavoro e festa: è la “trinità” a cui è stato dedicato l’incontro mondiale di questi giorni. “Tre doni di Dio” per Benedetto XVI, “tre dimensioni della nostra esistenza che devono trovare un armonico equilibrio. Armonizzare i tempi del lavoro e le esigenze della famiglia, la professione e la maternità, il lavoro e la festa, è importante per costruire società dal volto umano. In questo privilegiate sempre la logica dell’essere rispetto a quella dell’avere: la prima costruisce, la seconda finisce per distruggere”.
Dopo la comunione – che 40 fedeli hanno ricevuto in ginocchio dalle mani del Papa, mentre la folla si avvicinava alle centinaia di sacerdoti riparati da un ombrello bianco e disseminati per il prato – è stata la volta del ringraziamento finale da parte del cardinale Ennio Antonelli, presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, per “un evento che rimarrà nella nostra memoria e continuerà a darci coraggio”.
E prima della benedizione finale, il Papa – che devolverà tra l’altro 500mila euro per le famiglie dei terremotati in Emilia Romagna – ha annunciato quale sarà la città che ospiterà il prossimo incontro mondiale delle famiglie, nel 2015: Filadelfia, negli Stati Uniti, diocesi guidata da mons. Charles Chaput, vescovo a cui Benedetto XVI ha manifestato la propria stima affidandogli diversi incarichi di fiducia negli ultimi anni.
Al termine della cerimonia Mario Monti ha voluto salutare Benedetto XVI, il quale si è poi recato in arcivescovado, dove ha pranzato, accompagnato dal cardinale Scola e dal Consiglio episcopale milanese, con famiglie provenienti da Iraq, Messico, Australia, Spagna e Italia.
Per chi vive nell’epoca del “frastuono”, “staccare la spina” di tanto e concedersi qualche attimo di silenzio è indispensabile per “per andare alla ‘radice’ che sostiene e alimenta la vita”: è l’invito lanciato da papa Benedetto XVI attraverso il messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, dedicato proprio al rapporto tra parola e silenzio.
Il punto di partenza della riflessione di Benedetto XVI è la constatazione che Dio parla per mezzo del silenzio. In questo senso, si tratta di un’esperienza che ha molto da dire sulla condizione umana, perché anche “dopo aver ascoltato e riconosciuto la Parola di Dio, dobbiamo misurarci anche con il silenzio di Dio, espressione importante della stessa Parola divina”.
È per questo, secondo il Pontefice, che è necessario “educarci al valore del silenzio” e “riscoprire il senso del raccoglimento e della quiete interiore”. Scrive il Papa: “Il silenzio è capace di scavare uno spazio interiore nel profondo di noi stessi, per farvi abitare Dio, perché la sua Parola rimanga in noi, perché l’amore per Lui si radichi nella nostra mente e nel nostro cuore, e animi la nostra vita”.
In questo contesto, papa Benedetto richiama l’importanza del silenzio nella liturgia che devono essere “ricche di momenti di silenzio e di accoglienza non verbale”.
Ma anche Dio rimane in silenzio di fronte alla preghiera dell’uomo. In quei momenti, commenta il papa, “proviamo quasi un senso di abbandono, ci sembra che Dio non ascolti e non risponda. Ma questo silenzio di Dio, come è avvenuto anche per Gesù, non segna la sua assenza. Il cristiano sa bene che il Signore è presente e ascolta, anche nel buio del dolore, del rifiuto e della solitudine”.
Un’apparente assenza di risposte che è paradossale per gli uomini d’oggi, “spesso preoccupati dell’efficacia operativa e dei risultati concreti” di ogni azione. Invece, “la preghiera di Gesù indica che abbiamo bisogno di fermarci, di vivere momenti di intimità con Dio, ‘staccandoci’ dal frastuono di ogni giorno, per ascoltare, per andare alla ‘radice’ che sostiene e alimenta la vita”.
Per papa Ratzinger, il silenzio “apre… uno spazio di ascolto reciproco” che rende “possibile una relazione umana più piena”. È nel silenzio, infatti, che “ascoltiamo e conosciamo meglio noi stessi”, che il pensiero si “approfondisce” e che “comprendiamo con maggiore chiarezza ciò che desideriamo dire o ciò che ci attendiamo dall’altro”.
Allo stesso modo, “tacendo si permette all’altra persona di parlare, di esprimere se stessa, e a noi di non rimanere legati, senza un opportuno confronto, soltanto alle nostre parole o alle nostre idee”.
Non a caso, prosegue il pontefice, “nelle diverse tradizioni religiose”, la solitudine e il silenzio sono “spazi privilegiati per aiutare le persone a ritrovare se stesse e quella Verità che dà senso a tutte le cose”.
Anche nel mondo contemporaneo, in cui l’uomo “è bombardato da risposte a quesiti che egli non si è mai posto e a bisogni che non avverte”, il silenzio “è prezioso per favorire il necessario discernimento tra i tanti stimoli e le tante risposte che riceviamo, proprio per riconoscere e focalizzare le domande veramente importanti”. “Là dove i messaggi e l’informazione sono abbondanti – aggiunge il Papa -, il silenzio diventa essenziale per discernere ciò che è importante da ciò che è inutile o accessorio”.
Nel messaggio si legge: “Silenzio e parola: due momenti della comunicazione che devono equilibrarsi, succedersi e integrarsi per ottenere un autentico dialogo e una profonda vicinanza tra le persone. Quando parola e silenzio si integrano a vicenda, la comunicazione acquista valore e significato”
E’ la giornata dell’affetto e della preghiera della Comunità cristiana per quanti operano nel mondo della Comunicazione, nel continente digitale, nei mass media e nei social network: si compia attraverso la loro preziosa opera, un’opera di servizio alla verità e alla giustizia, un’opera di carità nei confronti di ogni uomo, un’opera di aiuto alla prossimità che crea relazioni autentiche.
Felice Giornata delle Comunicazioni.
don Giovanni
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