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Secondo focus del percorso “In ascolto del Creato”

domenica 17 gennaio 2021 dalle ore 17.30 alle 19.30

 

 

 

 

 

 

 

 

 

https://fb.watch/349B_Kv4Uh/

 

Domenica 17 gennaio 2021, dalle ore 17.30 alle ore 19.30, si svolgerà a distanza il secondo dei quattro focus previsti nel percorso ecclesiale annuale “In ascolto del creato”, finalizzato alla “conversione ecologica globale” personale e comunitaria, proposto dal Consiglio Pastorale Diocesano e dalla Consulta Diocesana delle Aggregazioni Laicali di Tursi-Lagonegro.

Traccia tematica del focus: “la spiritualità della Laudato si’ e modello di Chiesa”.

È possibile partecipare tramite la pagina Facebook “Diocesi Tursi-Lagonegro” o la piattaforma Zoom (832 0676 6189 – passcode 170121).

Interviene la prof.ssa Serena Noceti, docente Ecclesiologia presso la Facoltà Teologica dell’Italia Centrale – Firenze.

Il programma prevede la preghiera iniziale, guidata da don Gianluca Bellusci, Assistente della CDAL e la presentazione dei lavori da parte di Anna Maria Bianchi, Presidente CDAL.

Quindi la prof.ssa Serena Noceti terrà la Relazione: “Chiesa e/è casa comune. La missione della Chiesa nel mondo”.

A seguire l’interazione a distanza e le indicazioni per continuare il lavoro nelle Parrocchie. Per porre alla Relatrice domande scritte attinenti alla tematica affrontata, durante il focus è disponibile il numero telefonico 375 5933457 (solo whatsapp).

 

Dalla parte delle radici

“Pochi teologi hanno riflettuto, in questi cinque anni dalla pubblicazione di Laudato si’, sulla immagine ed esperienza di Chiesa che emerge dalle pagine dell’enciclica”. L’affermazione apre la scheda preparatoria a questo secondo Focus donataci dalla teologa Serena Noceti. Il significato può valere anche per i nostri lavori.

Potrebbe suonare strano o improprio, in un percorso che vuole approfondire un documento sulla cura della casa comune, occuparsi del profilo, volto o immagine di Chiesa che dir si voglia, ma il capitolo dell’enciclica sulla spiritualità ecologica lo richiede direttamente. Se Papa Francesco richiama ad assumere una nuova prospettiva antropologica e un nuovo stile di vita non solo come singoli, ma anche come comunità cristiana, siamo tenuti ad interrogarci su quale comunità cristiana, quale Chiesa, con quali caratteristiche, può  favorirlo. In altre parole, di quale “modello” di Chiesa c’è bisogno per affrontare con speranza questa crisi ecologica e antropologica insieme. Possiamo tentare di abbozzare qualche tratto. L’intervento di Serena Noceti ci aiuterà a metterlo a fuoco più compiutamente.

Una Chiesa-comunità. L’icona del pellegrino ci accompagna anche in questa seconda tappa del sentiero che stiamo percorrendo, proponendo e chiedendo il passaggio da pellegrino a popolo pellegrinante, da io a noi. “È il momento del noi” ha ripetuto più volte papa Francesco nell’intervista resa a Fabio Marchese Ragona, declinando con parole diverse il “nessuno si salva da solo”. Il cristiano, dunque, non può essere uno che cura solo i fatti propri. “Si ama tanto più efficacemente il prossimo, quanto più ci si adopera per un bene comune rispondente anche ai suoi reali bisogni” (Caritas in veritate, 7). E non c’è dubbio che la cura della casa comune e dei suoi abitanti è, oggi, reale bisogno di tutti, oltre che autentica via per la pace.

Una Chiesa con le porte aperte. La Chiesa è nata ‘in uscita’, inviata a portare a tutti gli uomini l’annuncio del Vangelo, accompagnandolo con i segni  della tenerezza e della potenza di Dio. Porte spalancate, dunque, non solo perché tutti possano entrare, ma anche per far uscire dal tempio. Far entrare la vita, uscire per incontrare la vita. È rischioso, perché la vita porta con sé tutti i suoi problemi, compresa la crisi ecologica, ma inevitabile.

Una Chiesa tutta ministeriale, come fortemente sottolineato nei documenti e nei lavori del sinodo per l’Amazzonia. Con il recentissimo motu proprio “Spiritus Domini” papa Francesco ripropone in un gesto concreto il volto di una Chiesa tutta ministeriale, con una decisione che colloca “nell’orizzonte di rinnovamento tracciato dal Concilio Vaticano II”. Ministero, ministro, minister, minus stare, stare sotto. Avere un ministero vuol dire stare nella parte sotto, che non si vede, essere le pietre che reggono il peso dell’edificio e gli garantiscono solidità e stabilità. Senza le pietre interrate tutto cade giù. È così anche per l’albero, che le radici ancorano al suolo e sorreggono. Se vengono meno, se le recidi,  anche l’albero più vigoroso crolla.

La strada è chiara, ma non è facile percorrerla. Lo sa anche Papa Francesco. Nel ricordarci che, soprattutto nei deserti esteriori ed interiori, siamo chiamati ad essere persone-­anfore per dare da bere agli altri, aggiunge che  “a volte l’anfora si trasforma in una pesante croce” (EG 86).  Persone-anfore, un altro modo  per dire ministero, come le impalcature per le quali Helder Camara invita a pregare in una delle sue meditazioni poetiche: “Quando vedi smontare le impalcature ammiri – è chiaro – l’edificio che sorge. Ma prega per le impalcature, perché è duro servire di sostegno alla costruzione, essere necessario al lavoro e, nell’ora della festa, essere tolto come un ingombro”.

Siamo pronti ad essere quelli che non solo accettano, ma scelgono  di essere impalcature, anfore, pietre, radici, insomma di lavorare stando nascosti sotto, dalla parte delle radici? Perché non è solo questione di “fare”, bensì di un fare che diventa azione coerente con la fede professata, grazie alle motivazioni che provengono da una spiritualità non intimistica e disincarnata, ma fondata su quel Dio che si è fatto carne ed ha posto la sua dimora in mezzo a noi.

Anna Maria Bianchi, Presidente CDAL di Tursi-Lagonegro

A RITMO DELL’AMORE

Corso online per fidanzati

La Commissione per la Pastorale della Famiglia propone il cammino preparatorio al sacramento delle nozze.

Si terrà su piattaforma ZOOM e avrà la durata di 6 incontri. Volutamente non sarà trattato il Rito, perché provveda ciascun parroco a organizzare la celebrazione.
Ci si può iscrivere contattando la Commissione.
Su richiesta sarà rilasciato anche un certificato di frequenza.
La prossimità del Santo Natale offre l’occasione per augurare ogni bene e fecondità spirituale.
Un caro saluto fraterno,
Don Michelangelo
e la Commissione per la Pastorale della Famiglia.

Su Rai Uno il 3 gennaio il film: “Chiara Lubich. Tutto vince l’amore”

Dal film emerge il ritratto di una donna libera, appassionata e coraggiosa che vive per un grande sogno coltivato oggi da tanti: realizzare la fratellanza universale

“Una storia importante, la storia di una donna normale che riesce a fare qualcosa di straordinario in mezzo ad un contesto di dolore, una figura molto sfacettata il cui disegno era avvicinare le persone”. Il direttore di Rai Fiction, Maria Pia Ammirati, apre una conferenza stampa in modalità online molto affollata, oltre un centinaio i giornalisti collegati per la presentazione del primo film su Chiara Lubich intitolato semplicemente “Chiara Lubich”, ma con un sottotitolo significativo “Tutto vince l’amore”, con cui si apre la stagione televisiva 2021 della Rai stessa. Si tratta di una coproduzione Rai Fiction – Eliseo Multimedia, prodotta da Luca Barbareschi in collaborazione con Trentino Film Commission e con il sostegno della Fondazione Museo Storico del Trentino. Verrà trasmesso in prima serata su Rai uno, domenica 3 gennaio 2021.

“Che tutti siano uno” come programma di vita

Il luogo dove ha inizio l’avventura di Chiara è la città di Trento, in piena seconda guerra mondiale. In mezzo ai bombardamenti, immersa nei dolori dell’umanità, capisce che c’è qualcosa che non potrà essere distrutto, è Dio. Sceglie di consacrarsi a Lui, ma per lei questo signfica rimanere nel mondo per poter amare tutti i fratelli e le sorelle. La decisione di vivere concretamente il Vangelo, condivisa con alcune ragazze, scatena la reazione dei benpensanti e trova difficoltà ad essere accettata anche nell’ambiente cattolico della città. “Che tutti siano uno” sono le parole del Vangelo che più colpiscono Chiara fino a diventare il suo programma di vita. A lei si uniscono altre persone, uomini e donne, prende forma così il Movimento dei Focolari, a lungo studiato dalla Chiesa e quindi approvato. Ora il Movimento è diffuso in 180 Paesi del mondo con l’intento di contribuire a realizzare la fratellanza universale nella convinzione che l’amore costruisce ponti tra gli uomini di qualunque razza o fede religiosa.

Un’affollata conferenza stampa online

A fare gli onori di casa alla conferenza stampa, anche il direttore di Rai Uno, Stefano Coletta: il film condensa in maniera molto diretta e senza retorica quella che è stata la persona della fondatrice del Movimento dei Focolari, afferma. “Lei aveva incontrato Dio nell’azione, prosegue, e così l’ha veicolato durante tutta la sua vita”. Di lei Coletta fa notare il suo essere persona pratica, curiosa, attenta, di grande intelligenza, priva di pregiudizi nei confronti degli altri, molto tenace. Il suo pensiero e la sua testimonianza, aggiunge, ci può offrire una chiave di lettura valida anche per il momento e il mondo di oggi. “Il mondo si è ridotto ad essere una monade – esordice il produttore Luca Barbareschi – si è chiuso in se stesso e vi prevale l’io al posto del noi”. Rivendica per il suo gruppo di lavoro, dunque, la scelta di voler impegnarsi su strade diverse, anche se difficili, e realizzare un film su Chiara Lubich, dice, è stata forse la più difficile. “Metafora di speranza e di coraggio in un periodo in cui manca l’ispirazione per andare avanti, simbolo di semplicità, di passione, di volontà di unire, di promuovere il dialogo tra persone diverse, si è continuamente arricchita delle diversità”, dice di lei.

Protagoniste le prime compagne di Chiara

Nel film, tra le prime cinque ragazze che si stringono attorno alla giovane Lubich, c’è anche Ines interpretata da Aurora Ruffino. Il suo intervento in conferenza stampa è carico di emozione e riferisce di un rapporto costruito con le altre interpreti molto intenso di sorellanza. Mette in rilievo il valore dell’unicità di ogni persona, ci si può voler bene, afferma, anche se si prendono strade diverse, come farà il suo personaggio, che, pur desiderando seguire la stessa strada di consacrazione fatta da Chiara, capirà che la sua vocazione è un’altra, quella di farsi una famiglia, ma che nulla le potrà impedire di vivere l’amore verso Dio e verso gli altri con la stessa intensità.

Campiotti: l’estrema chiarezza del Vangelo

Giacomo Campiotti non è alla sua prima esperienza come regista di ritratti di santi e di personaggi che hanno ispirato la nostra storia, come il dottor Moscati, il maestro Manzi, il giudice Di Bella. Questa “è stata un’impresa esaltante – afferma – ma è stata anche la sceneggiatura più difficile della mia carriera, poteva fallire e invece ci siamo riusciti”. Ai nostri microfoni spiega qualcosa di più: “Diciamo che la storia di Chiara manca un po’ di quegli elementi super drammatici così cari alle fiction, perchè il suo percorso è soprattutto un viaggio interiore e quindi è più difficile da raccontare. Penso però che noi ci siamo riusciti cercando di ritrovare nel suo messaggio, nella sua vocazione, le cose più semplici, che sono quelle più profonde, e quelle che potevano arrivare a tutto il pubblico, e cioè questa idea che c’è nel Vangelo, così semplice, che è quella di amare gli altri e di vedere Dio nel prossimo. Ecco nel momento in cui tu riesci a rapportarti con le altre persone per praticare la solidarietà, l’ascolto e l’amicizia, tutto cambia dentro di te e anche intorno a te”. E’ quello che è successo a Chiara che non aveva nessuna intenzione di fondare un movimento, con milioni di persone addirittura di tutto il mondo, osserva Campiotti, “lei stava cercando solo di seguire la sua coscienza e guardate che cosa è successo”.

Gli inizi a Trento: la scelta di Dio e i poveri

Ciò che il film descrive è l’inizio della grande avventura di Chiara e l’inizio non è stato facile per lei che era una donna, una laica, una persona che non ha sempre la risposta pronta, che si fa tante domande. E questo ce la fa sentire più vicina. Il regista ci spiega che per raccontare tutta la vita di Chiara ci sarebbero voluti due o tre film, e allora “piuttosto che raccontare tutto in maniera un po’ veloce, saltando di qua e di là, abbiamo scelto di dedicarci alla parte più affascinante e cioè l’inizio, il momento in cui lei scopre la propria vocazione ed è una ragazza come tutti noi a cui a causa della guerra crolla tutto, ma lei ha fede e giorno dopo giorno decide di dedicare la sua vita a Dio e alle persone più indifese, quelli che non possono scappare nei rifugi, i poveri. Sceglie una direzione, nel suo caso il Vangelo e cerca di tenere il timone dritto per mantenere la rotta”.

La Provvidenza nella vita di Chiara

Dio era al centro della vita di Chiara e delle sue prime compagne, e nelle loro semplici giornate la Provvidenza non mancava e numerosi sono stati gli episodi che avevano del miracoloso. Il rischio per il film di cadere nella retorica facendo di questa figura ‘un santino’, era reale. Campiotti dice che non c’era l’intenzione di misconoscere la dimensione spirituale di Chiara, e che spera che lo spettatore capisca che la cosa veramente rivoluzionaria in Chiara è stato prendere in mano il Vangelo e volerlo vivere, ma che si è scelto di rappresentare uno solo di questi episodi: “un giorno nella casa dove lei abitava con le sue compagne, si presenta una donna che chiede qualcosa da mangiare, loro hanno solo due uova e sono in cinque, ma Chiara li dà a quella povera. Un momento dopo arriva un’amica portando una decina di uova che le erano state regalate. Non bisogna aver paura di parlare di miracoli – conclude Campiotti – esistono e sono molto più vicini a noi di quello che pensiamo”.

L’uscita del film in un tempo cruciale per l’umanità

Il tv movie su Rai uno, cade nel Centenario della nascita di Chiara, ma coincide anche con il periodo difficile che stiamo vivendo, anche se non è la guerra di allora. Campiotti sottolinea, a questo proposito, che l’uomo proprio nei momenti più duri è chiamato a tirare fuori il lato migliore di sè per tentare di trovare una soluzione e che, nel rispetto di quanti stanno soffrendo, per la pandemia, possiamo leggere il nostro tempo come un’opportunità per “cercare di recuperare tante cose che avevamo perso e che solo questo silenzio, questa solitudine a cui siamo obbligati, ci aiutano, se lo vogliamo, a capire quante cose abbiamo perso nel chiasso e nella fretta, nella corsa ad inseguire cose anche frivole. La natura ha schiacciato un tasto e ci ha messo in pausa – prosegue Campiotti -, possiamo decidere come viverla, se imprecare soltanto o valutare che cosa ci sta dicendo e tante persone, credo, stiano recuperando tanti valori che poi speriamo porteranno il mondo a essere un po’ diverso. Ecco, l’obiettivo di Chiara, era il “Che tutti siano uno” che Gesù dice nel Vangelo, e che tutti e tutto siano collegati è una cosa che la pandemia ci sta dicendo. Il nostro mondo è diventato piccolo e se non capiamo che, come sostiene Papa Francesco, oggi ci vogliono un nuovo modello economico e una nuova giustizia, allora sarà molto dura. Per questo – conclude Campiotti – credo che raccontare di Chiara sia attualissimo e attualissimo quello che lei dice e che possa parlare non solo ai credenti, ma a tutte le persone di buona volontà.

Capotondi: Chiara, una donna senza pregiudizi

Tra le domande dei giornalisti il rapporto complesso nei primi anni, tra le autorità ecclesiastiche e Chiara, a Trento e poi a Roma, le indagini e gli studi condotti dal Sant’Uffizio sul Movimento nascente così originale, e sulla persona stessa di Chiara, con momenti di sospensione, la richiesa di dimissioni dal ruolo di dirigente del Movimento di Chiara stessa, fino all’autorizzazione ad andare avanti e alla definitiva approvazione da parte di Papa Paolo VI nel 1964. E poi tante domande alla protagonista, l’attrice Cristiana Capotondi, sulla costruzione del suo personaggio, su ciò che di Chiara l’ha colpita di più. Una giovane donna alle prese con il dolore del mondo, risponde, questa mi è apparsa Chiara, in un momento di sfilacciamento delle relazioni, e mi pare che il film renda tutto questo molto bene. La determinazione, la dolcezza, la semplicità, gli aspetti che più l’anno colpita di una donna che, dice, è sempre rimasta giovane, perché non aveva sovrastrutture o paure, e andava sempre oltre ogni diversità. Questo film capita nel momento giusto, sostiene, Chiara insegna a tutti che cosa significa essere fratelli, essere vicini.

 

di Adriana Masotti
su www.vaticannews.va

 

 

Messaggio di Natale 2020 da parte dei Vescovi Lucani

 

 

 

 

 

I vescovi della Basilicata hanno voluto rivolgere un messaggio di speranza e di auguri volendo sottolineare che “affidiamo i nostri propositi di bene al Bambino Gesù, che giace nella mangiatoia e si offre per alimentare la nostra speranza, nutrire la nostra carità, illuminare il nostro lavoro, sostenere le nostre attese, custodire noi e le nostre famiglie nel Suo amore.
«Non c’è spazio per la tristezza nel giorno in cui nasce la vita»!
Maria di Nazareth, Vergine Immacolata, ci accompagni con il suo materno amore perché il nostro cuore sia inondato dalla gioia del Natale e non prevalga la paura della pandemia.
Di vero cuore auguriamo a tutti un santo Natale del Signore e un felice Anno Nuovo”.
Auguri!


Con cuore di padre

In occasione del 150° anniversario della dichiarazione di San Giuseppe quale patrono della chiesa universale Papa Francesco ha firmato, l’8 dicembre, la lettera apostolica Patris corde e ha stabilito che “fino all’8 dicembre 2021 sia celebrato uno speciale Anno di San Giuseppe, nel quale ogni fedele sul suo esempio possa rafforzare quotidianamente la propria vita di fede nel pieno compimento della volontà di Dio”.

“Tutti – scrive Papa Francesco – possono trovare in San Giuseppe, l’uomo che passa inosservato, l’uomo della presenza quotidiana, discreta e nascosta, un intercessore, un sostegno e una guida nei momenti di difficoltà. San Giuseppe ci ricorda che tutti coloro che stanno apparentemente nascosti o in “seconda linea” hanno un protagonismo senza pari nella storia della salvezza. A tutti loro va una parola di riconoscimento e di gratitudine”.

Un Decreto della Penitenzieria Apostolica esplicita le modalità in cui viene concessa anche l’Indulgenza plenaria.

(da www.chiesacattolica.it)

Primo focus del percorso “In ascolto del Creato”

domenica 15 novembre 2020 dalle ore 17.30 alle 19.30

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Domenica 15 novembre 2020, dalle ore 17.30 alle ore 19.30, si svolgerà a distanza il primo dei quattro focus previsti nel percorso ecclesiale annuale “In ascolto del creato”, finalizzato alla “conversione ecologica globale” personale e comunitaria, proposto dal Consiglio Pastorale Diocesano e dalla Consulta Diocesana delle Aggregazioni Laicali della Diocesi di Tursi-Lagonegro.

È possibile partecipare tramite la pagina Facebook “Diocesi Tursi-Lagonegro” o la piattaforma Zoom (ID 817 3277 0614 – Pw 661292).

Interviene il prof. don Enzo Appella, docente di Sacra Scrittura presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale – sezione San Luigi

Il programma prevede la preghiera iniziale, guidata da don Gianluca Bellusci, Assistente della CDAL e la presentazione dei lavori da parte di Anna Maria Bianchi, Presidente CDAL.

Quindi il prof. don Enzo Appella terrà la Relazione: “Uomo di terra, di luce divina. La teologia della creazione di Genesi 1-2”. A seguire l’interazione a distanza e le indicazioni per continuare il lavoro nelle Parrocchie. Per porre al Relatore domande scritte attinenti alla tematica affrontata, durante il focus è disponibile il numero telefonico 375 5933457 (solo whatsapp).

don Giovanni Lo Pinto

 

Pellegrini, non vagabondi

Il sentiero è da sempre immagine privilegiata del viaggio, a sua volta metafora pedagogica e della vita. Un sentiero acciottolato è l’immagine che ci accompagnerà nel percorso di approfondimento della Laudato si’. Anche la Lumen Gentium coglie il Popolo di Dio come popolo pellegrinante e negli Atti i cristiani sono definiti “quelli della via”. Sono quelli della via sia i pellegrini sia i vagabondi, ma il pellegrino ha una meta, sa dove sta andando, il vagabondo no e rischia di perdersi.

Certamente vivere nella post-modernità costringe a ridefinire continuamente la propria identità, ricostruendosi nella variabilità delle situazioni e degli eventi. Questo genera incertezza ed ansia, che si cerca di placare con un fare affannoso ed affannato. Per imparare a sostare, per nutrire quel convincimento che consente, per dirla con Marc Augè, il passaggio dal semplice fare, che si esaurisce nel gesto, all’agire cosciente e finalizzato, capace di gettare oltre il cuore e la mente, abbiamo iniziato concedendoci un “pellegrinaggio contemplativo” in un luogo di grande bellezza sabato 5 settembre 2020 presso il Lago Sirino in Nemoli.

Adesso può iniziare un altro tipo di pellegrinaggio, alla scoperta e approfondimento degli “assi portanti” nella Laudato si’, per entrare in sintonia con alcuni suoi punti essenziali, come la presenza di un’unica grande crisi sociale e ambientale insieme, per cui occorre rispondere al grido della terra e al grido dei poveri mantenendo l’interconnessione, e come la necessità che l’uomo riscopra il suo “posto giusto” nel creato per recuperare una sana relazione con Dio, con gli altri, con la natura, oltre che con se stesso. In questa armonia sta l’integralità anche della conversione globale a cui Papa Francesco accoratamente ci richiama. È la prospettiva che sottende e rende ragione dei vari interventi che si possono attivare, delle varie azioni che si possono proporre e attuare.

Al di fuori di questo orizzonte non ci sarebbe differenza sostanziale fra azione cristiana e interventi di varie associazioni ambientaliste. È il doppio perché, motivazionale e finalistico, a fare la differenza e a sostenere “In ascolto del creato”, percorso formativo laboratoriale scandito su quattro aspetti focali. L’iter processuale mira a coinvolgere fin dall’inizio tutte le comunità parrocchiali diocesane attraverso i Consigli Pastorali, chiamati a riflettere su schede predisposte da esperti-testimoni per approfondire il messaggio dell’enciclica e declinarne la ricezione locale. Gli esiti confluiscono in sintesi per zone pastorali, restituite sistematicamente alle Parrocchie e proposte all’esperto-testimone come base di confronto.

Per essere pellegrini serve viaggiare leggeri, spogliarsi del superfluo guardando alla spogliazione di Francesco d’Assisi, che è l’icona della sua conversione. Viaggiare leggeri con solo l’essenziale, che dipende dalla meta e dalla durata del viaggio. Per questo viaggio l’essenziale è ritornare alla sorgente dell’incontro con il Signore per riscoprire la relazione di reciprocità responsabile tra essere umano e natura. Vivere una spiritualità legata alla Laudato si’ e fare un percorso di conversione ecologica è qualcosa in più rispetto al cambiamento del proprio stile di vita: vuol dire sentirsi parte del creato, ritrovare nel creato il proprio “posto giusto”. Per farlo è imprescindibile una riflessione sulla teologia della creazione, avvalendosi di un esperto che in modo documentato e argomentato, con riferimenti precisi alla Scrittura, ci aiuti a superare preconcetti e interpretazioni riduttive ed errate del “dominio” sul creato. Ci farà questo dono il prof. don Enzo Appella, docente di Sacra Scrittura alla Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, che ci guiderà nel primo focus, basilare per l’intero percorso, centrato sulla teologia della creazione.

Potrebbe diventare occasione preziosa per riappropriarci di una visione e missione che abbia la sua essenza nel Vangelo contestualizzato, attualizzato e vissuto e la sua prassi nell’etica della “cura”. Non si tratta di aggiungere progetti “nostri” ai tanti altri già in campo, ma di saper indicare costantemente l’oltre di ogni progetto umano. E tendere a una conversione comunitaria radicata nella consapevolezza che abbiamo bisogno di una comunità per vivere la Laudato si’, per vivere il Vangelo: il Padre Nostro è una preghiera al plurale.

Anna Maria Bianchi, Presidente CDAL di Tursi-Lagonegro

Tendi la tua mano al povero

Domenica 15 novembre 2020 la IV Giornata Mondiale dei Poveri

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

IV GIORNATA MONDIALE DEI POVERI

Domenica XXXIII del Tempo Ordinario
15 novembre 2020

 

“Tendi la tua mano al povero”
(cfr Sir 7,32)

 

“Tendi la tua mano al povero” (cfr Sir 7,32). La sapienza antica ha posto queste parole come un codice sacro da seguire nella vita. Esse risuonano oggi con tutta la loro carica di significato per aiutare anche noi a concentrare lo sguardo sull’essenziale e superare le barriere dell’indifferenza. La povertà assume sempre volti diversi, che richiedono attenzione ad ogni condizione particolare: in ognuna di queste possiamo incontrare il Signore Gesù, che ha rivelato di essere presente nei suoi fratelli più deboli (cfr Mt 25,40).

1. Prendiamo tra le mani il Siracide, uno dei libri dell’Antico Testamento. Qui troviamo le parole di un maestro di saggezza vissuto circa duecento anni prima di Cristo. Egli andava in cerca della sapienza che rende gli uomini migliori e capaci di scrutare a fondo le vicende della vita. Lo faceva in un momento di dura prova per il popolo d’Israele, un tempo di dolore, lutto e miseria a causa del dominio di potenze straniere. Essendo un uomo di grande fede, radicato nelle tradizioni dei padri, il suo primo pensiero fu di rivolgersi a Dio per chiedere a Lui il dono della sapienza. E il Signore non gli fece mancare il suo aiuto.

Fin dalle prime pagine del libro, il Siracide espone i suoi consigli su molte concrete situazioni di vita, e la povertà è una di queste. Egli insiste sul fatto che nel disagio bisogna avere fiducia in Dio: «Non ti smarrire nel tempo della prova. Stai unito a lui senza separartene, perché tu sia esaltato nei tuoi ultimi giorni. Accetta quanto ti capita e sii paziente nelle vicende dolorose, perché l’oro si prova con il fuoco e gli uomini ben accetti nel crogiuolo del dolore. Nelle malattie e nella povertà confida in lui. Affidati a lui ed egli ti aiuterà, raddrizza le tue vie e spera in lui. Voi che temete il Signore, aspettate la sua misericordia e non deviate, per non cadere» (2,2-7).

2. Pagina dopo pagina, scopriamo un prezioso compendio di suggerimenti sul modo di agire alla luce di un’intima relazione con Dio, creatore e amante del creato, giusto e provvidente verso tutti i suoi figli. Il costante riferimento a Dio, tuttavia, non distoglie dal guardare all’uomo concreto, al contrario, le due cose sono strettamente connesse.

Lo dimostra chiaramente il brano da cui è tratto il titolo di questo Messaggio (cfr 7,29-36). La preghiera a Dio e la solidarietà con i poveri e i sofferenti sono inseparabili. Per celebrare un culto che sia gradito al Signore, è necessario riconoscere che ogni persona, anche quella più indigente e disprezzata, porta impressa in sé l’immagine di Dio. Da tale attenzione deriva il dono della benedizione divina, attirata dalla generosità praticata nei confronti del povero. Pertanto, il tempo da dedicare alla preghiera non può mai diventare un alibi per trascurare il prossimo in difficoltà. È vero il contrario: la benedizione del Signore scende su di noi e la preghiera raggiunge il suo scopo quando sono accompagnate dal servizio ai poveri.

3. Quanto è attuale questo antico insegnamento anche per noi! Infatti la Parola di Dio oltrepassa lo spazio, il tempo, le religioni e le culture. La generosità che sostiene il debole, consola l’afflitto, lenisce le sofferenze, restituisce dignità a chi ne è privato, è condizione di una vita pienamente umana. La scelta di dedicare attenzione ai poveri, ai loro tanti e diversi bisogni, non può essere condizionata dal tempo a disposizione o da interessi privati, né da progetti pastorali o sociali disincarnati. Non si può soffocare la forza della grazia di Dio per la tendenza narcisistica di mettere sempre sé stessi al primo posto.

Tenere lo sguardo rivolto al povero è difficile, ma quanto mai necessario per imprimere alla nostra vita personale e sociale la giusta direzione. Non si tratta di spendere tante parole, ma piuttosto di impegnare concretamente la vita, mossi dalla carità divina. Ogni anno, con la Giornata Mondiale dei Poveri, ritorno su questa realtà fondamentale per la vita della Chiesa, perché i poveri sono e saranno sempre con noi (cfr Gv 12,8) per aiutarci ad accogliere la compagnia di Cristo nell’esistenza quotidiana.

4. Sempre l’incontro con una persona in condizione di povertà ci provoca e ci interroga. Come possiamo contribuire ad eliminare o almeno alleviare la sua emarginazione e la sua sofferenza? Come possiamo aiutarla nella sua povertà spirituale? La comunità cristiana è chiamata a coinvolgersi in questa esperienza di condivisione, nella consapevolezza che non le è lecito delegarla ad altri. E per essere di sostegno ai poveri è fondamentale vivere la povertà evangelica in prima persona. Non possiamo sentirci “a posto” quando un membro della famiglia umana è relegato nelle retrovie e diventa un’ombra. Il grido silenzioso dei tanti poveri deve trovare il popolo di Dio in prima linea, sempre e dovunque, per dare loro voce, per difenderli e solidarizzare con essi davanti a tanta ipocrisia e tante promesse disattese, e per invitarli a partecipare alla vita della comunità.

È vero, la Chiesa non ha soluzioni complessive da proporre, ma offre, con la grazia di Cristo, la sua testimonianza e gesti di condivisione. Essa, inoltre, si sente in dovere di presentare le istanze di quanti non hanno il necessario per vivere. Ricordare a tutti il grande valore del bene comune è per il popolo cristiano un impegno di vita, che si attua nel tentativo di non dimenticare nessuno di coloro la cui umanità è violata nei bisogni fondamentali.

5. Tendere la mano fa scoprire, prima di tutto a chi lo fa, che dentro di noi esiste la capacità di compiere gesti che danno senso alla vita. Quante mani tese si vedono ogni giorno! Purtroppo, accade sempre più spesso che la fretta trascina in un vortice di indifferenza, al punto che non si sa più riconoscere il tanto bene che quotidianamente viene compiuto nel silenzio e con grande generosità. Accade così che, solo quando succedono fatti che sconvolgono il corso della nostra vita, gli occhi diventano capaci di scorgere la bontà dei santi “della porta accanto”, «di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio» (Esort. ap. Gaudete et exsultate, 7), ma di cui nessuno parla. Le cattive notizie abbondano sulle pagine dei giornali, nei siti internet e sugli schermi televisivi, tanto da far pensare che il male regni sovrano. Non è così. Certo, non mancano la cattiveria e la violenza, il sopruso e la corruzione, ma la vita è intessuta di atti di rispetto e di generosità che non solo compensano il male, ma spingono ad andare oltre e ad essere pieni di speranza.

6. Tendere la mano è un segno: un segno che richiama immediatamente alla prossimità, alla solidarietà, all’amore. In questi mesi, nei quali il mondo intero è stato come sopraffatto da un virus che ha portato dolore e morte, sconforto e smarrimento, quante mani tese abbiamo potuto vedere! La mano tesa del medico che si preoccupa di ogni paziente cercando di trovare il rimedio giusto. La mano tesa dell’infermiera e dell’infermiere che, ben oltre i loro orari di lavoro, rimangono ad accudire i malati. La mano tesa di chi lavora nell’amministrazione e procura i mezzi per salvare quante più vite possibile. La mano tesa del farmacista esposto a tante richieste in un rischioso contatto con la gente. La mano tesa del sacerdote che benedice con lo strazio nel cuore. La mano tesa del volontario che soccorre chi vive per strada e quanti, pur avendo un tetto, non hanno da mangiare. La mano tesa di uomini e donne che lavorano per offrire servizi essenziali e sicurezza. E altre mani tese potremmo ancora descrivere fino a comporre una litania di opere di bene. Tutte queste mani hanno sfidato il contagio e la paura pur di dare sostegno e consolazione.

7. Questa pandemia è giunta all’improvviso e ci ha colto impreparati, lasciando un grande senso di disorientamento e impotenza. La mano tesa verso il povero, tuttavia, non è giunta improvvisa. Essa, piuttosto, offre la testimonianza di come ci si prepara a riconoscere il povero per sostenerlo nel tempo della necessità. Non ci si improvvisa strumenti di misericordia. È necessario un allenamento quotidiano, che parte dalla consapevolezza di quanto noi per primi abbiamo bisogno di una mano tesa verso di noi.

Questo momento che stiamo vivendo ha messo in crisi tante certezze. Ci sentiamo più poveri e più deboli perché abbiamo sperimentato il senso del limite e la restrizione della libertà. La perdita del lavoro, degli affetti più cari, come la mancanza delle consuete relazioni interpersonali hanno di colpo spalancato orizzonti che non eravamo più abituati a osservare. Le nostre ricchezze spirituali e materiali sono state messe in discussione e abbiamo scoperto di avere paura. Chiusi nel silenzio delle nostre case, abbiamo riscoperto quanto sia importante la semplicità e il tenere gli occhi fissi sull’essenziale. Abbiamo maturato l’esigenza di una nuova fraternità, capace di aiuto reciproco e di stima vicendevole. Questo è un tempo favorevole per «sentire nuovamente che abbiamo bisogno gli uni degli altri, che abbiamo una responsabilità verso gli altri e verso il mondo […]. Già troppo a lungo siamo stati nel degrado morale, prendendoci gioco dell’etica, della bontà, della fede, dell’onestà […]. Tale distruzione di ogni fondamento della vita sociale finisce col metterci l’uno contro l’altro per difendere i propri interessi, provoca il sorgere di nuove forme di violenza e crudeltà e impedisce lo sviluppo di una vera cultura della cura dell’ambiente» (Lett. enc. Laudato si’, 229). Insomma, le gravi crisi economiche, finanziarie e politiche non cesseranno fino a quando permetteremo che rimanga in letargo la responsabilità che ognuno deve sentire verso il prossimo ed ogni persona.

8. “Tendi la mano al povero”, dunque, è un invito alla responsabilità come impegno diretto di chiunque si sente partecipe della stessa sorte. È un incitamento a farsi carico dei pesi dei più deboli, come ricorda San Paolo: «Mediante l’amore siate a servizio gli uni degli altri. Tutta la Legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: Amerai il tuo prossimo come te stesso. […] Portate i pesi gli uni degli altri» (Gal 5,13-14; 6,2). L’Apostolo insegna che la libertà che ci è stata donata con la morte e risurrezione di Gesù Cristo è per ciascuno di noi una responsabilità per mettersi al servizio degli altri, soprattutto dei più deboli. Non si tratta di un’esortazione facoltativa, ma di una condizione dell’autenticità della fede che professiamo.

Il libro del Siracide ritorna in nostro aiuto: suggerisce azioni concrete per sostenere i più deboli e usa anche alcune immagini suggestive. Dapprima prende in considerazione la debolezza di quanti sono tristi: «Non evitare coloro che piangono» (7,34). Il periodo della pandemia ci ha costretti a un forzato isolamento, impedendoci perfino di poter consolare e stare vicino ad amici e conoscenti afflitti per la perdita dei loro cari. E ancora afferma l’autore sacro: «Non esitare a visitare un malato» (7,35). Abbiamo sperimentato l’impossibilità di stare accanto a chi soffre, e al tempo stesso abbiamo preso coscienza della fragilità della nostra esistenza. Insomma, la Parola di Dio non ci lascia mai tranquilli e continua a stimolarci al bene.

9. “Tendi la mano al povero” fa risaltare, per contrasto, l’atteggiamento di quanti tengono le mani in tasca e non si lasciano commuovere dalla povertà, di cui spesso sono anch’essi complici. L’indifferenza e il cinismo sono il loro cibo quotidiano. Che differenza rispetto alle mani generose che abbiamo descritto! Ci sono, infatti, mani tese per sfiorare velocemente la tastiera di un computer e spostare somme di denaro da una parte all’altra del mondo, decretando la ricchezza di ristrette oligarchie e la miseria di moltitudini o il fallimento di intere nazioni. Ci sono mani tese ad accumulare denaro  con la vendita di armi che altre mani, anche di bambini, useranno per seminare morte e povertà. Ci sono mani tese che nell’ombra scambiano dosi di morte per arricchirsi e vivere nel lusso e nella sregolatezza effimera. Ci sono mani tese che sottobanco scambiano favori illegali per un guadagno facile e corrotto. E ci sono anche mani tese che nel perbenismo ipocrita stabiliscono leggi che loro stessi non osservano.

In questo panorama, «gli esclusi continuano ad aspettare. Per poter sostenere uno stile di vita che esclude gli altri, o per potersi entusiasmare con questo ideale egoistico, si è sviluppata una globalizzazione dell’indifferenza. Quasi senza accorgercene, diventiamo incapaci di provare compassione dinanzi al grido di dolore degli altri, non piangiamo più davanti al dramma degli altri né ci interessa curarci di loro, come se tutto fosse una responsabilità a noi estranea che non ci compete» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 54). Non potremo essere contenti fino a quando queste mani che seminano morte non saranno trasformate in strumenti di giustizia e di pace per il mondo intero.

10. «In tutte le tue azioni, ricordati della tua fine» (Sir 7,36). È l’espressione con cui il Siracide conclude questa sua riflessione. Il testo si presta a una duplice interpretazione. La prima fa emergere che abbiamo bisogno di tenere sempre presente la fine della nostra esistenza. Ricordarsi il destino comune può essere di aiuto per condurre una vita all’insegna dell’attenzione a chi è più povero e non ha avuto le stesse nostre possibilità. Esiste anche una seconda interpretazione, che evidenzia piuttosto il fine, lo scopo verso cui ognuno tende. È il fine della nostra vita che richiede un progetto da realizzare e un cammino da compiere senza stancarsi. Ebbene, il fine di ogni nostra azione non può essere altro che l’amore. È questo lo scopo verso cui siamo incamminati e nulla ci deve distogliere da esso. Questo amore è condivisione, dedizione e servizio, ma comincia dalla scoperta di essere noi per primi amati e risvegliati all’amore. Questo fine appare nel momento in cui il bambino si incontra con il sorriso della mamma e si sente amato per il fatto stesso di esistere. Anche un sorriso che condividiamo con il povero è sorgente di amore e permette di vivere nella gioia. La mano tesa, allora, possa sempre arricchirsi del sorriso di chi non fa pesare la propria presenza e l’aiuto che offre, ma gioisce solo di vivere lo stile dei discepoli di Cristo.

In questo cammino di incontro quotidiano con i poveri ci accompagna la Madre di Dio, che più di ogni altra è la Madre dei poveri. La Vergine Maria conosce da vicino le difficoltà e le sofferenze di quanti sono emarginati, perché lei stessa si è trovata a dare alla luce il Figlio di Dio in una stalla. Per la minaccia di Erode, con Giuseppe suo sposo e il piccolo Gesù è fuggita in un altro paese, e la condizione di profughi ha segnato per alcuni anni la santa Famiglia. Possa la preghiera alla Madre dei poveri accomunare questi suoi figli prediletti e quanti li servono nel nome di Cristo. E la preghiera trasformi la mano tesa in un abbraccio di condivisione e di fraternità ritrovata.

Roma, San Giovanni in Laterano, 13 giugno 2020, Memoria liturgica di Sant’Antonio di Padova.

 

Francesco


Domenica 22 novembre: Giornata Nazionale Offerte per il sostentamento dei sacerdoti

La Giornata Nazionale delle Offerte è una domenica di comunione tra preti e fedeli, tenuti uniti dallo Spirito, affidati gli uni agli altri. È la festa del sovvenire, cioè del provvedere alle necessità della Chiesa con una scelta di condivisione

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“I sacerdoti, donando sé stessi, ci insegnano che Dio è la realtà più bella dell’esistenza umana”. Sono circa 34 mila in Italia i ministri dei sacramenti che – come evidenziato da Papa Francesco- si fanno pane spezzato per gli altri. Per i più abbandonati e per ognuno di noi. Quotidianamente ci fanno spazio, ci offrono il loro tempo, dividono volentieri un pezzo di strada con noi senza chiederci chi siamo. Preti necessari a tutti, perché siamo tutti poveri, bisognosi di misericordia, di incontrare Gesù che rinnova la nostra vita.

La Giornata Nazionale delle Offerte è una domenica di comunione tra preti e fedeli, tenuti uniti dallo Spirito, affidati gli uni agli altri. È la festa del sovvenire, cioè del provvedere alle necessità della Chiesa con una scelta di condivisione. È l’ingresso con passo nuovo nell’anno liturgico, scegliendo di accompagnare la missione dei sacerdoti. Non solo domenica 22, ma in tutto il periodo di Natale, per poi ripetere l’Offerta nel corso dei mesi successivi. Basta anche una piccola somma ma donata in tanti.

Ogni Offerta è il segno concreto di questa vicinanza. Raggiunge tutti i sacerdoti, dal più lontano al nostro -spiega il responsabile del Servizio Promozione per il sostegno economico alla Chiesa cattolica, Massimo Monzio Compagnoni- Tanto più nell’anno difficile del Covid, in cui da mesi i preti diocesani continuano a tenere unite le comunità disperse, incoraggiano i più soli e non smettono di servire il numero crescente di nuovi poveri. Oggi più che mai i nostri sacerdoti sono annunciatori di speranza, ci incoraggiano a vivere il Vangelo affrontando le difficoltà con fede e generosità, rispondendo all’emergenza con la dedizione”.

Le Offerte per i sacerdoti si aggiungono all’obolo domenicale, sono il segno della “Chiesa-comunione” auspicata dal Concilio Vaticano II. È possibile donarle attraverso conto corrente postale, bonifico bancario, carta di credito o donazione diretta (vedi allegato). Destinate all’Istituto centrale sostentamento clero, sono uno strumento che ha origine dalla revisione concordataria del 1984. Da oltre un trentennio infatti il clero italiano non riceve più la congrua, ma è affidato alle comunità per il sostentamento.

Oggi le Offerte raggiungono circa 34 mila pastori, tra cui 400 missionari inviati nei Paesi in via di sviluppo e 3 mila preti ormai anziani o malati, dopo una vita di servizio ai fratelli. Nel 2019 sono state raccolte oltre 84 mila Offerte. Una cifra ancora lontana dalle esigenze di un sostegno decoroso. Per questo abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti.

Per maggiori informazioni e approfondimenti consultare il sito www.insiemeaisacerdoti.it

In allegato il comunicato stampa con allegati sulla raccolta storica delle Offerte, fabbisogno e modalità per donare.

 

(www.chiesacattolica.it)

Giubileo per la Terra: nuovi ritmi, nuova speranza. L’acqua è vita per tutti gli esseri viventi

Sabato 26 settembre la Giornata-Evento Laudato Si' per il tempo del Creato organizzata dalle sezioni di Italia Nostra Rabatana Tursi, del Senisese, il Circolo Acli di Rivello e la diocesi di Tursi-Lagonegro

La Sezione Italia Nostra “Rabatana Tursi”, la Sezione Italia Nostra del “Senisese” e il Circolo Acli di Rivello, in collaborazione con la Diocesi di Tursi-Lagonegro e il Comune di Tursi e di Senise, organizzano una giornata di riflessione sulla Enciclica “Laudato Sì” di Papa Francesco del mese di maggio del 2015, aderendo a livello mondiale, all’iniziativa denominata “Il Tempo del Creato”, una celebrazione annuale di preghiera e azione per la nostra Casa comune.