“Nascosto al mondo, vicino a ciascuno”

S. E. Mons. Francesco Nolè, in occasione della conclusione del Ministero petrino di Papa Benedetto XVI, esorta i Sacerdoti, i Religiosi e le associazioni ecclesiali di fedeli laici a vivere alcune ore di adorazione in tutte le Comunità parrocchiali e religiose, giovedì 28 febbraio 2013, possibilmente nelle ore vespertine.
E’ il segno del ringraziamento al Signore che ha voluto affidare a Ratzinger la guida della Chiesa in questi anni.
E’ anche segno di riconoscenza al Santo Padre per quanto ha fatto e continuerà a fare con la sua presenza, nascosta al mondo, prossima a ciascuno, per amore del Dio Vivente.
 
 
L’Editoriale di Francesco Addolorato (da www.basilicatanotizie.net)
Nascosto al mondo ma non fuori dal mondo. Tra le tante affermazioni che in questi giorni hanno accompagnato l’annuncio di Benedetto XVI di lasciare il soglio pontificio, quella che colpisce di più è la frase in cui il Santo Padre, nell’indicare il futuro della propria vita nella chiesa dopo aver ricoperto il ministero che fu di San Pietro, ha usato una parola che al nostro mondo suona strana, o meglio estranea: “nascondimento”. Una persona nascosta non è una persona che non c’è. Anche Dio nell’Antico Testamento viene indicato spesso come il Dio nascosto, ma non per questo “assente” o peggio “inesistente”. Nascosto, dunque, non significa inoperoso, e questa verità la conosce bene la Chiesa che nel 1927, con Papa Pio XI, proclamò patrona delle missioni, insieme a San Francesco Saverio, Santa Teresa di Lisuex, una piccola donna che indicò la piccola via per l’incontro con Dio, nella preghiera e nella contemplazione. Santa Teresa non uscì mai dal convento, eppure la Chiesa la volle riferimento per i missionari. Questo fa capire l’aspetto operativo della vita contemplativa e della preghiera, e getta una luce diversa sulla scelta di Benedetto XVI di lasciare il ministero petrino: non un abbandono, una fuga, ma la scelta di occupare un posto diverso nella Chiesa per contribuire alla stessa missione. Questo dopo aver servito per anni la Santa Madre Chiesa come teologo e cardinale e poi, chiamato a raccogliere la grande eredità di Giovanni Paolo II, come guida e pastore universale. Sembrava che Dio stesso avesse scritto con i suoi velati segni questo avvicendamento, quando insieme al vento che sfogliava le pagine del vangelo sulla bara di Papa Wojtyla, la voce che celebrava le esequie era proprio la sua, del Cardinal Ratzinger, che sembrava a tutti noi il condottiero cui aggrapparci nei giorni oscuri in cui abbiamo perso uno dei più grandi uomini di Dio nella storia della Chiesa. Eppure a molti oggi quella barca sembra navigare in mezzo alla tempesta. Ma non è così. Uno degli interventi più importanti di Benedetto XVI, in questi giorni di transizione, è senz’altro quello tenuto al clero romano nel quale il Papa si sofferma a lungo, anche attraverso aneddoti inediti, a parlare del Concilio Vaticano II, pietra miliare del cammino della Chiesa. Senza dubbio questa grande, ultima catechesi sul Concilio, che lui ha definito “una chiacchierata”, suona come il testamento ecclesiale che egli intende lasciare a quello che ha definito “il mio clero”. Ponendo l’accento sul Concilio il Papa ha indicato una strada, ha dato una interpretazione delle necessità e dei bisogni della Chiesa contemporanea, indicando nella comunione dei Vescovi, e quindi della Chiesa tutta, la strada da seguire per rilanciarne la missione.
“Noi siamo la Chiesa, la Chiesa non è una struttura; noi stessi cristiani, insieme, siamo tutti il Corpo vivo della Chiesa. E, naturalmente, questo vale nel senso che noi, il vero ‘noi’ dei credenti, insieme con l’’Io’ di Cristo, è la Chiesa; ognuno di noi, non ‘un noi’, un gruppo che si dichiara Chiesa. No: questo ‘noi siamo Chiesa’ esige proprio il mio inserimento nel grande ‘noi’ dei credenti di tutti i tempi e luoghi.”
Nel sottolineare con forza, nel suo discorso al clero, questo passaggio conciliare, Papa Ratzinger ci offre probabilmente una lettura della sua scelta, che mostra una Chiesa meno “struttura” e più “vita”, realtà storica che si incarna in ciascuno grazie alla comunione con l’Io di Cristo. È facile, in momenti come questi, lasciarsi prendere dallo scoraggiamento pensando che persino il Papa “si arrende” di fronte ai problemi della Chiesa e del mondo. Ma non è così. È proprio questo gesto che ci fa capire che la strada da percorrere non è quella della delega, ma quella del coinvolgimento in prima persona dentro una realtà storica nella quale Dio opera attraverso gli uomini, tutti i credenti in Cristo. E se un Papa sceglie la via della preghiera e del “nascondimento”, non per questo abbandona la sua missione. Papa Ratzinger ha fortemente presente il valore storico della Chiesa e la centralità dello Spirito Santo nella sua azione. Per questo ha scelto di “operare” nella preghiera e affidare il timone di Pietro a chi avrà maggiore vigore.