Segni di potere, potere dei segni

La Consulta delle Aggregazioni Laicali della Diocesi di Tursi-Lagonegro, espressione del laicato associato che intende ispirare la propria azione ai principi della Costituzione e del Vangelo, ha visto con forte preoccupazione un ministro usare un simbolo della fede cristiana come il rosario per concludere un comizio.
Da cattolici ci indigniamo contro ogni forma di strumentalizzazione della fede e dei suoi simboli, da chiunque provenga.
Che in un comizio elettorale si invochi la benedizione della Vergine su una qualsivoglia parte politica e il suo sostegno per la vittoria è indice di una preoccupante mescolanza fra politica e segni della fede, che storicamente ci riporta indietro di secoli ed ecclesialmente ignora del tutto gli approdi del Vaticano II.
Un segno che ha il potere di veicolare amore a Dio e agli uomini è fatto diventare segno di potere politico e mediatico. È degradante per la politica, che dimentica la sua laicità e il dovere di operare per il bene comune. È offensivo per la fede cristiana, che ha la sua essenza nel comandamento dell’amore e mira ad includere, non ad erigere barriere.
Si qualifica come cristiano chi nella propria vita personale, lavorativa e sociale assume atteggiamenti e compie azioni che sono trasparenza del comando di Cristo: amatevi l’un l’altro, come io vi ho amati. Questo fa riconoscere i suoi discepoli, non lo sventolare simboli e per di più snaturarne l’essenza usandoli come amuleti propiziatori e sfiorando l’idolatria. È un principio di coerenza che vale per tutti e per tutte le parti politiche.
La fede è liberante della dignità delle persone o non è fede. Ogni strumentalizzazione religiosa per aumentare i consensi elettorali non è liberante, è una violenza fatta alla libertà di coscienza, quindi non ha nulla a che vedere con la fede.
Vorremmo che questo fosse ben chiaro e tenuto presente sia dai politici e dai loro seguaci sia da tutti i cittadini ai quali la Costituzione riconosce il titolo di Popolo sovrano.
Tursi, 19 maggio 2019
Foto (www.avvenire.it): Archivio Siciliani / Christian Gennari